Lo leggi e ti viene da piangere, da ridere, da pensare. Ironico, dolce, doloroso. Passaggi apparentemente assurdi si mescolano a pagine deliziosamente roventi e a tocchi di garbata genialità.
Non è facile capire e sapere il vero significato della vita, intrufolarsi per le vie del mondo e respirare l’aria che tira, non lasciarsi ingannare dalle apparenze o capire cosa c’è dietro e oltre le cose, le persone, gli eventi. Ma Alice Suella trova penosa e intollerabile la povertà di spirito, la furia con la quale gli uomini intrappolano e restano intrappolati, la svendita dei sensi e l’oblio della ragione.
Di questo urla Alice Suella. Di disagio, di orrore, di disgusto. Di un vizio di correre senza fermarsi a riflettere, senza lasciarsi scorrere dentro l’essenza dell’esistenza, ingannandosi di tutto, illudendo tutti.
Vuole uscire dagli schemi, non farsi irretire, non permettere alle lusinghe di un universo in preda alla girandola di biechi padroni e stolti maestri di impossessarsi del suo umano respiro.
Usa il paradosso, la satira, la favoleggiante sapienza di storie e uomini, il gioco delle parole per squarciare il velo degli orizzonti piatti. Per denunciare qualcosa o tutto. O semplicemente per non farsi mettere in gabbia. Per esserci, con il cuore e la mente. Libera, vigile, forte.
Mette in discussione tutto Alice Suella. Lo fa con piglio sagace e provocatorio. Lo fa con rabbia fiera ma sorridente. Come si conviene quando l’anima, inquieta, vaga tra assolutezze e relatività, alla ricerca di verità o semplicemente di una realtà meno soffocante. Lo fa usando l’arma suadente di apparenti fantasie, di figure esagerate, di satire irriverenti, di carezze alternate a pugni.
La follia che pervade il mondo purtroppo non è quella di una mente travolta e stravolta da sensibilità acute ma quella di un disegno perfido che rompe gli incanti, plasma tutti, mortifica gli aliti umani, sacrifica la natura e i pensieri a interessi e idiozie. Il viaggio di Alice Suella, del suo Talmud, è immaginazione, sconforto, ribellione. Con una penna dissacrante ma che lascia, densa e intensa, la sensazione di tenerezza di un bisogno disperato…quello di trovare pace. Quello di non finire omologati nella corsa cieca al nulla travestito da tutto.
Un libro costruito in modo assolutamente originale, grottesco e delirante. Come a sottolineare quanto grottesca e delirante sia gran parte delle certezze alle quali consacriamo la nostra terrena presenza.
Un neuromanzo, come lo definisce lei stessa. Esilarante, eclettico e lacerante.
Forse lucido. Forse confuso. Come il destino degli uomini.
Perché…”la nausea che provi sei tu stesso a generarla”.
Alice Suella, L’oro in bocca – Sottovoce, by Fastcomm, editoria indipendente- I libri di Belasco.